Venerdì 29 Giugno 2018 - 10:30

Duecento anni di Infinito: "Imparate Leopardi a memoria"

Nell'anniversario della nascita del poeta di Recanati, Alessandro D'Avenia spiega i 3 motivi per cui è ancora importante studiarlo

La schiena ricurva e la faccia immersa nei libri. Così se lo immaginano un po’ tutti, studenti di oggi e di ieri, intento a leggere e scrivere nella biblioteca di Recanati. Eppure Giacomo Leopardi, nato in quella cittadina delle moderne Marche il 29 giugno 1798, è stato anche un bambino affamato di stelle e un giovane viaggiatore. Un intellettuale, un poeta, un filosofo. Ma soprattutto un grande curioso.

La casa del padre, il conte Monaldo, gli è stata stretta fin da subito. La stanza dei libri è diventata presto il suo rifugio. Studiava, scriveva. Scriveva, studiava. E sognava di andare via, vedere, conoscere, vivere. Cosa c’era dietro quel colle e quella siepe che gli impediva di vedere l’orizzonte? Solo la curiosità poteva spingerlo a superare sé stesso, la famiglia opprimente, la malattia. E andare a vedere. E questa certezza ce la dà L'infinito, quella lirica che quest'anno ha compiuto duecento anni dalla sua prima stesura.

L'infinito, il secondo manoscritto autografo 

Per questo suo anniversario, e per i 220 anni dalla nascita di Leopardi, il modo migliore per ricordare il poeta è solo uno: “Imparare le sue poesie a memoria”. È il suggerimento di Alessandro D’Avenia, professore di lettere al liceo, scrittore e grande appassionato del poeta. “Ma non dev’essere un puro esercizio mnemonico, dev’essere una vera interpretazione”, precisa.

Lui stesso si innamorò di Leopardi quando il suo professore di letteratura entrò in classe per la prima volta e, senza dire nient’altro, iniziò a recitare il Canto notturno di un pastore errante dell’Asia. “Dimmi, o luna: a che vale al pastor la sua vita, la vostra vita a voi? Dimmi: ove tende questo vagar mio breve, il tuo corso immortale?”

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Gli allievi del Teatro Della Scuola (Roma)

La bellezza dei suoi versi non è certo l’unico motivo per cui, duecento anni dopo, Leopardi è ancora un autore da studiare, da scoprire, da amare. La prima è facile: Leopardi stesso voleva essere letto oggi. “Tra le opere che non fece in tempo a scrivere - spiega D'Avenia - c’è la lettera a un giovane del XXI secolo. Prese appunti su appunti, perché sapeva che tematiche e stile inattuali per i suoi contemporanei, lo sarebbero stati per i ragazzi del futuro”.

Questa lungimiranza gli aveva anche fatto intuire che avremo perso la nostra condizione umana: avremo cercato, in un delirio di onnipotenza, di essere perfetti e di sfuggire alla morte, rinnegando le debolezze, il dolore, la nostra stessa mortalità. “Ecco - secondo il professore - la seconda ragione: ritrovare la fragilità e viverla, come ha fatto lui”.

E per finire è importante per imparare a trasformare la sconfitta in vittoria. Nelle parole di D'Avenia: “Con il facile progresso si perde la dimensione eroica del di dentro, la vocazione profonda che ognuno ha. Ma, come insegna la Ginestra, la realtà non è l’alibi. È la sfida per fare il meglio”. D’altronde lui stesso scrisse poesie anche sul letto di morte a Napoli, dettandole all’amico Ranieri perché lui non era più in grado di scrivere.

Quel “gobbo pessimista”, come molti erroneamente lo ricordano, non ha nulla a che fare con il Leopardi vero, che ancora oggi va studiato, ripentendo a memoria: “Così tra questa immensità s’annega il pensier mio: e il naufragar m’è dolce in questo mare”.

Scritto da 
  • Paola Rosa Adragna
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